mercoledì 8 agosto 2018

Il numero 96



Al giornale, in portineria, il contenitore grigliato dei cartellini, accanto all'orologio timbratore, aveva cento feritoie numerate. Ma per tutto il tempo in cui ho lavorato lì, quasi un quarto di secolo, non siamo mai stati cento e nemmeno la metà, diciamo poco più della metà della metà.
Però io ho sempre riposto il mio cartellino, che aveva un altro numero, nella feritoia 96. Lo stesso numero che ho scelto per il mio identificativo su Instagram.
Non sono ovviamente nato nel 1996, non ho 96 anni, non ho mai vissuto in un palazzo al civico 96 e neppure all'interno 96, nel 1996 non mi successero cose particolarmente belle, anzi.
Se resto legato al 96, è per un solo motivo. È un motivo che risale al 5 settembre 1982, quasi alla fine dell'estate di Paolo Rossi e Jimmy Connors che a chiudere sarebbe stato, la domenica seguente, Mauro Ferroni invano inseguito per mezzo campo da Michel Platini. Ma questa è un'altra storia.
Quel pomeriggio ero a Cortona, nel salone tv dell'albergo ristorante Tonino, insieme con due professori della Scuola Normale Superiore di Pisa: Piero Cudini e Paola Barocchi, docente di letteratura italiana. Seguivamo davanti al video la prova su strada del campionato del mondo di ciclismo, a Goodwood in Inghilterra.
Io ero tifoso di Saronni, il secondo corridore cui mi ero appassionato dopo Gimondi e prima di Bugno. Aveva già perso in modo controverso due mondiali, nel 1978 al Nurburgring e l'anno precedente a Praga. Mi piaceva il suo stile di corsa, il suo profilo introverso e poco spettacolare. In quegli anni sognavo, più che di superare il concorso di ammissione alla classe di Lettere della Normale, concorso cui infatti non avrei partecipato malgrado Cudini me lo avesse raccomandato, di fare il corridore ciclista. Volevo essere come Saronni, visto che essere Saronni non era più possibile. Ma in realtà avevo già rinunciato: avrei fatto l'università, e poi il giornalista se avessi trovato un posto per farlo. La bicicletta sarebbe tornata da sogno a passatempo, quindi ben presto a nostalgia. Ora la mia Bianchi dorme letargica in un garage scavato sotto il terreno dove una volta c'erano i campi da tennis del CRAL FIT, e anche questa sarebbe un'altra storia.
Quel finale di gara ci sorprese tutti, ancor oggi viene considerato un unicum agonistico, uno scatto in volata: Saronni piantò Boyer e tutti gli altri, vinse per distacco. Io lo guardavo sul podio ai margini del bosco, la maglia iridata appena indossata, mentre l'altoparlante suonava l'inno italiano e il tricolore saliva sul pennone centrale.
In quel momento, per la prima volta nella mia vita e la seconda sarebbe arrivata giusto dieci anni dopo, capii il peso e l'acre dolcezza della nostalgia dell'inaccaduto. Avrei dato ogni altra cosa in cambio, pur di passare per primo su quel traguardo, anzi su quello dell'anno successivo ad Altenrhein in Isvizzera, indossare quella maglia, e poi sceso dal podio avrei potuto pure rendere l'anima a Nostro Signore, anzi ripensandoci no, quella maglia l'avrei voluta vestire per un anno intero sulle strade d'Europa dalla Sanremo al Lombardia, ecco appunto mi sarei potuto fermare sul Ghisallo e bastava così, ero contento.

Avevo già cominciato a passare la vita fabbricando speranze che diventavano nostalgie, prima ero più bravo a fabbricarne e ora doso le energie, ma quella di diventare campione del mondo di ciclismo è rimasto il mio più grande desiderio inesaudito. Per farne un credibile simulacro di ricordo ho adottato appunto il 96, il numero di gara di Saronni a Goodwood.

Nessun commento:

Posta un commento