Al giornale, in portineria, il
contenitore grigliato dei cartellini, accanto all'orologio
timbratore, aveva cento feritoie numerate. Ma per tutto il tempo in
cui ho lavorato lì, quasi un quarto di secolo, non siamo mai stati
cento e nemmeno la metà, diciamo poco più della metà della metà.
Però io ho sempre riposto il mio
cartellino, che aveva un altro numero, nella feritoia 96. Lo stesso
numero che ho scelto per il mio identificativo su Instagram.
Non sono ovviamente nato nel 1996, non
ho 96 anni, non ho mai vissuto in un palazzo al civico 96 e neppure
all'interno 96, nel 1996 non mi successero cose particolarmente
belle, anzi.
Se resto legato al 96, è per un solo
motivo. È un motivo che risale al 5 settembre 1982, quasi alla fine
dell'estate di Paolo Rossi e Jimmy Connors che a chiudere sarebbe
stato, la domenica seguente, Mauro Ferroni invano inseguito per mezzo
campo da Michel Platini. Ma questa è un'altra storia.
Quel pomeriggio ero a Cortona, nel
salone tv dell'albergo ristorante Tonino, insieme con due professori
della Scuola Normale Superiore di Pisa: Piero Cudini e Paola
Barocchi, docente di letteratura italiana. Seguivamo davanti al video
la prova su strada del campionato del mondo di ciclismo, a Goodwood
in Inghilterra.
Io ero tifoso di Saronni, il secondo
corridore cui mi ero appassionato dopo Gimondi e prima di Bugno.
Aveva già perso in modo controverso due mondiali, nel 1978 al
Nurburgring e l'anno precedente a Praga. Mi piaceva il suo stile di
corsa, il suo profilo introverso e poco spettacolare. In quegli anni
sognavo, più che di superare il concorso di ammissione alla classe
di Lettere della Normale, concorso cui infatti non avrei partecipato
malgrado Cudini me lo avesse raccomandato, di fare il corridore
ciclista. Volevo essere come Saronni, visto che essere Saronni non
era più possibile. Ma in realtà avevo già rinunciato: avrei fatto
l'università, e poi il giornalista se avessi trovato un posto per
farlo. La bicicletta sarebbe tornata da sogno a passatempo, quindi
ben presto a nostalgia. Ora la mia Bianchi dorme letargica in un
garage scavato sotto il terreno dove una volta c'erano i campi da
tennis del CRAL FIT, e anche questa sarebbe un'altra storia.
Quel finale di gara ci sorprese tutti,
ancor oggi viene considerato un unicum agonistico, uno scatto in
volata: Saronni piantò Boyer e tutti gli altri, vinse per distacco.
Io lo guardavo sul podio ai margini del bosco, la maglia iridata
appena indossata, mentre l'altoparlante suonava l'inno italiano e il
tricolore saliva sul pennone centrale.
In quel momento, per la prima volta
nella mia vita e la seconda sarebbe arrivata giusto dieci anni dopo,
capii il peso e l'acre dolcezza della nostalgia dell'inaccaduto.
Avrei dato ogni altra cosa in cambio, pur di passare per primo su
quel traguardo, anzi su quello dell'anno successivo ad Altenrhein in
Isvizzera, indossare quella maglia, e poi sceso dal podio avrei
potuto pure rendere l'anima a Nostro Signore, anzi ripensandoci no,
quella maglia l'avrei voluta vestire per un anno intero sulle strade
d'Europa dalla Sanremo al Lombardia, ecco appunto mi sarei potuto
fermare sul Ghisallo e bastava così, ero contento.
Avevo già cominciato a passare la vita
fabbricando speranze che diventavano nostalgie, prima ero più bravo
a fabbricarne e ora doso le energie, ma quella di diventare campione
del mondo di ciclismo è rimasto il mio più grande desiderio
inesaudito. Per farne un credibile simulacro di ricordo ho adottato
appunto il 96, il numero di gara di Saronni a Goodwood.

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