A
proposito di figli non all'altezza dei padri, ce ne sono eccome. Se
volete ve ne presento uno: eccomi.
La
storia dell'atleta ferita da un lancio di uova non meritava
strumentalizzazione prima e non la merita, in senso opposto, adesso.
Non
la meritava prima, perché non era il grido di guerra del neonato KKK
subalpino, ma un banale secondo o terzo capitolo di una bravata
seriale fortunatamente ora troncata.
Non
la merita adesso, perché la prerogativa di “figlio di un
consigliere comunale PD” propria di uno dei rei in sé non
significa nulla: fosse anche stato razzismo, e almeno in quel caso
direi non lo fosse, le colpe dei figli non dovrebbero ricadere sui
padri. Torino semmai è la capitale mondiale dei figli e dei nipoti
incapaci di reggere il passo di padri e nonni.
L'idea
filosofica che nega l'esistenza dei fatti, riconoscendo cittadinanza
nel reale alle sole interpretazioni, essendo una gigantesca
stupidaggine ha preso campo: così, nell'era del “pensiero debole”
si discute di ogni cosa prescindendo dai fatti, rifinendone di
preferenza contorni e sostanza perché giungano a sovrapporsi al
pregiudizio di partenza.
Le
uova torinesi non erano il segno definitivo di un'Italia
(ri)diventata razzista, né sono un falso allarme.
Si
vuole connettere l'ipotesi di un razzismo dilagante, sempre più
violento e incontrollabile, con l'insofferenza popolare verso le
politiche sull'immigrazione dei governi precedenti quello in carica.
In
realtà la corrispondenza non è biunivoca: tutti i razzisti sono
ovviamente contrari all'immigrazione libera per tutti e senza regole,
ma non tutti quelli che sono contrari all'immigrazione libera per
tutti e senza regole sono razzisti.
Verso
la predicazione e la pratica di un'accoglienza illimitata, infatti,
si può opporre uno scetticismo motivato e soprattutto non razzista.
Chi ritiene razionalmente che l'Italia non possa farsi carico in
solitudine di tutta la sofferenza dell'Africa, infatti, esprime
un'opinione fondata su considerazioni banalmente algebriche, fisiche,
geometriche e naturalmente geografiche, oltre che economiche. Esiste
ed è crescente il disagio collettivo verso i ragazzoni di colore che
dotati di smartphone con auricolare piantonano, con una metodicità
tale da far supporre una pianificazione accurata, gli ingressi di
supermercati e panifici e le casse automatiche dei parcheggi
pubblici. Ma l'argomentazione forte contro le politiche immigratorie
seguite fino alle ultime elezioni è di natura civile: che cosa
produce, in termini socioeconomici, la macchina dell'accoglienza che
costa 5 miliardi all'anno? Aiuta gli immigrati a imparare la lingua e
un mestiere, come dovrebbe essere, oppure è un gigantesco carrozzone
clientelare con venature criminali, dove imperversano disinvolti
cooperatori che intascano i contributi pubblici pro capite (i famosi
35 euro) offrendo in cambio agli immigrati null'altro che una branda
e il vitto, senza alcuna reale prospettiva di inserimento in un
percorso di integrazione? Le numerose inchieste giudiziarie aperte
negli ultimi mesi sulla funzionalità dei centri di accoglienza –
parallele agli accertamenti su profilo e attività delle navi private
che di fatto svolgono da anni, con l'etichetta umanitaria, un
servizio di trasbordo atto a favorire i trafficanti di esseri umani -
fanno meno rumore degli sbarchi negati, ma sono due risvolti dello
stesso problema.
Anche
sul tema del razzismo, soprattutto sul tema del razzismo, purtroppo,
la vita pubblica e politica italiana sconta un fenomeno tanto rimosso
quanto presente. E che dura ormai da un quarto di secolo.
Se
del berlusconismo di Berlusconi si è detto, scritto e girato fino
allo sfinimento, meno ovvio e più scomodo è il ragionamento sul
berlusconismo degli antiberlusconiani.
Preso
atto che il successo elettorale di Berlusconi faceva leva su
argomenti semplici e popolari, lontani da quella complessità e per
certi versi impopolarità – temperata dalla storica autodisciplina
dell'elettorato di riferimento – del patrimonio ideologico del
principale partito di opposizione, negli anni si è deciso non già
di radicalizzare un'antitesi che, come aveva plasticamente dimostrato
il duello Berlusconi-Spaventa nel collegio di Roma 1, sarebbe stata
perdente all'infinito, o di individuare nuove soluzioni a una
modernità per cui più non valevano le ricette del lungo dopoguerra
finito nel 1989. Si è preferito inseguire l'avversario sul suo
stesso terreno pop.
Che
cosa c'era di più berlusconiano di far eleggere una Miss Italia di
colore, a poche settimane dall'insediamento del primo governo di
sinistra della storia repubblicana?
Che
cosa c'era di più berlusconiano di istituire un dicastero su misura,
il “Ministero per l'Integrazione”, per affidarlo naturalmente a
una deputata di colore di prima nomina, che all'atto della chiamata
al governo aveva alle spalle appena due mesi di mandato parlamentare?
Che
cosa c'è di più berlusconiano di avviare, questa è roba di oggi,
l'ennesima operazione di costruzione a tavolino di un leader politico
artificiale da mettere prima o poi sul mercato elettorale, operazione
tentata senza troppa fortuna una decina d'anni fa con il compilatore
di fatti camorristici e adesso a pieno regime con Aboubakar
Soumahoro, il coraggioso e brillante sindacalista italoivoriano dei
braccianti calabresi?
Diceva
Gian Piero Alloisio: non mi spaventa Berlusconi in sé, mi spaventa
il Berlusconi in me. Ma in pochi lo hanno ascoltato. Eppure
meriterebbe.
lucido e libero come sempre
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